Délit d'identité mobilise la danse, la musique et le théâtre et mène une réflexion sur la frontière, l'accueil et l'exclusion par la mise en scène des rapports de force auxquels aucune identité ne peut être étrangère.

09 octobre 2012

SILVIA GIUFFRÈ SCRIVE

Un mucchietto di argilla. Un andirivieni di individui.
Linee.
Forme geometriche.
Délit d'identité è un gioco spaziale.

L'uomo, animale sociale, non è sufficiente a se stesso. Egli ha bisogno dell'altro, eppure non smette di entrare in conflitto con l'altro.
All'interno di una “scacchiera”, luogo simbolico, rappresentativo della “performance della vita”, Délit d'identité narra una storia di uomini che calpestano altri uomini.
Lo spazio della scena si trasforma gradualmente e diventa in breve tempo misterioso, palpabile, riconoscibile, pieno.
L'essere umano, che interviene con indifferenza nel mondo, si presta ad una convivenza forzata tra diverse identità, le quali si ritrovano faccia a faccia.
Il gioco di potere, con sfide, sospetti e violenza prende il posto del confronto.

Mobilitando danza, musica e teatro, lo spettacolo invita ad una riflessione sul confine tra gli esseri umani, e sul senso e significato di accoglienza ed esclusione. L'eloquenza del movimento mette in discussione quanto ciascuna identità possa davvero essere straniera.
Intensa e appassionata la pièce prende spunto dal quotidiano metropolitano e dalle numerose identità culturali a confronto trattando la tematica dell'integrazione e di un apparentemente inevitabile scontro. Infrangendo la quarta parete e il muro delle differenze Délit d'identité suggerisce di esplorare con lucidità due mondi estremamente vicini eppure così lontani: l'io e l'altro, in cui l'ordine delle cose, lo schema comportamentale predefinito e il background culturale fungono da status esistenziale.

L'argilla, che simbolicamente nella tradizione religiosa e’ la “carne” dell'essere umano, delimita i confini spaziali. La marcia dell'uomo è un predefinito percorso di vita. Segmentato, alienato, poi denso, esitante ed infine turbato. Una nuova attenzione infatti sconvolge i ritmi e la distanza tra gli uomini si nutre di improvvisa umanità.
Il pensiero si fa azione quando per la prima volta l'individuo incontra il suo altro da sé.
In quell'istante tutto ciò che era frazionato diventa circolare e lo spazio si anima di una nuova pastosità. Ma dall'armonia dell'unità presto si genera il Kaos, a causa dell'inesorabile eloquenza del sospetto. Senza manifeste ragioni esso prende il sopravvento. Forze uguali si respingono mentre le opposte si attraggono. E' la storia che si ripete: divisione, diversità, instabilità ed estremismo. Come su una zattera dal colore paglierino, in viaggio senza una meta precisa, gli interpreti stanno sulla scena e vivono al contempo il ruolo di attori e osservatori. L'ordinario diventa bizzarro mentre gli individui continuano a fare delle scelte.
Nonostante il timore del diverso, sembra emergere un sentire condiviso in grado di vincere ogni distanza e di richiamare alla mente un antico e solidale senso di comunanza.
Basterebbe fermarsi, sedersi tra gli altri e simbolicamente spogliarsi dal “ruolo” per rinnovare i propri orizzonti, senza per questo perdersi.
Un quid invisibile diventa sensibile.
Fallita ogni contesa tra gli uomini, Tutto si consuma entro un solo sguardo di sorprendente naturalità.
Avanzano insieme, ora.
Guardano nella stessa direzione, in una situazione assolutamente umana.

Silvia Giuffrè

08 octobre 2012

OCTOBRE 2012 - CRÉATION AU THÉÂTRE L'ANTARÈS DE VAURÉAL (95)

Préparation de la création du spectacles des sessions de travail entre juillet et octobre 2012 au CND et au Théâtre l'Antarès de Vauréal.

Participent à ces résidences : Pierre Adam, Margherita Bertoli, Blandine Brasseur, Silvia Giuffrè, Patrice Le Saëc, Roberta Ricci, Chiara Serafini (danseurs et comédiens), Irénée Blin (chorégraphe), Daniele Marranca (metteur en scène), Anaïs Blin (assistante à la mise en scène), Sophia Benomar (costumière), Julien Mondon et Geraldine Sarda (vidéastes), Méryl Gaud (technicien lumières).




Photos de Julien Mondon et Geraldine Sarda

29 septembre 2012

DÉLIT D'IDENTITÉ EN QUELQUES MOTS...

Commencement. 
Soumis à un jeu de miroirs, le public s'observe. Ils se mettent en marche, ensemble, le long d'un parcours circulaire, fermé, comme celui de la Terre autour du Soleil et des astres autour de la Terre. Mais la marche de l'homme devient visqueuse, discontinue, altérée par une attention nouvelle, hésitante.
Division. 
Le mouvement circulaire fragmente et éparpille son foyer. Il devient un pour chaque individu. Et à l'intérieur de chacun se stabilise. Mais en dépit de cela, un ordre apparent les contraint à assumer des positions définies par une frontière, entraînant une assimilation logique à un groupe ou à un autre. Le doute sur la légitimité d'ingérables différences laisse le champ libre au soupçon. L'espace se divise. Il devient un pour chaque individu, et à l'intérieur de chacun se stabilise. La solitude, l'une en face d'une autre. Équilibres instables de forces, rôles échangés à l'extrême. État désarmé, non privé de l'espoir qui réunit chaque sens perdu.
Encore. 
Et à nouveau le public s'observe et se retrouve là. À regarder dans les mêmes directions, mais peut-être conscient que pour chaque direction choisie, son opposé est là, autant invisible que sensible. Un à côté de l'autre, désarmés comme avant. Et pourtant. Déposant les armes pour vivre ensemble.

Daniele Marranca et Irénée Blin